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Piazza Venezia Roma Jeremy Vandel

Piazza Venezia

Dominata dalla bellezza dei suoi monumenti, la suggestiva Piazza Venezia spicca tra le altre piazze romane poiché rappresenta un punto strategico in cui confluiscono alcuni tra i principali rioni della Città Eterna. E’ perfetta per itinerari alla scoperta della Roma antica, rinascimentale e barocca.

In Piazza Venezia, una delle più celebri della capitale, convergono i confini di tre rioni: ad ovest si estende il rione Pigna, ad est il rione Trevi e a sud il rione Campitelli. Questo la rendeva, sin dai tempi antichi, un importante crocevia commerciale.

Le cinque importanti e storiche strade che da qui si dipartono ne fanno un nodo fondamentale del tessuto urbano. La più antica è la centralissima via del Corso, che collega la Piazza con la zona settentrionale della capitale. Il tracciato di via del Corso risale al 220 a.C., e ricalca quello del tratto urbano della Via Flaminia, una delle più importanti vie consolari.

La Piazza, il cui nome deriva dall’omonimo Palazzo li situato, è particolarmente famosa per essere il fortunato luogo in cui si erge il famoso Vittoriano, una delle opere più emblematiche d’Italia.

Breve storia di Piazza Venezia

Rinascimento (1492 - 1789)

La piazza deve il suo nome al palazzo monumentale che il cardinale di Venezia, Pietro Barbo, poi eletto papa con il nome di Paolo II (1464-71), fece costruire per sé nel 1455, distruggendo le costruzioni che ospitavano i cardinali del titolo di S. Marco. Fino a quel momento, infatti, la Piazza era intitolata a quest’ultimo e detta “di San Marco”.

Il pontefice decise poi di collocare al centro della piazza una grande vasca di granito ritrovata alle Terme di Caracalla, e da allora il luogo acquisì il suo secondo nome: Piazza della Conca di San Marco.

Papa Paolo III della famiglia Farnese, invece, nel 1545 fece collocare la vasca di granito in piazza Farnese, dove era già situata un’altra simile. Nel 1560, il complesso fatto costruire da Pietro Barbo fu donato da papa Pio IV alla Repubblica di Venezia, che ne fece la sede della propria ambasciata, e per questo motivo da allora fu denominato Palazzo Venezia. La Piazza assunse quindi il suo nome attuale.

Piazza Venezia era il luogo dove si trovava il traguardo della celebre “Corsa dei barberi”, cavalli senza fantino che, partendo da piazza del Popolo, sfrecciavano su via del Corso (che deve il suo nome proprio a questa corsa) e terminavano la gara in un punto detto della “Ripresa dei Barberi”, dove degli addetti li frenavano utilizzando lunghi lenzuoli.

Questa usanza rimase a lungo la principale attrazione del Carnevale romano, ed ebbe fine solo alla fine del XIX secolo, a causa dei numerosi incidenti che coinvolsero le persone accalcate lungo il tragitto.

Età contemporanea (1789 - attualità)

Dopo la parentesi napoleonica, dal 1814 al 1916, la Piazza divenne proprietà asburgica e ospitò la rappresentanza diplomatica austro-ungarica. Tornerà allo Stato italiano solo durante la Prima Guerra Mondiale.

L’aspetto attuale della piazza è il risultato delle operazioni di sventramento attuate tra il 1885 e il 1911 per realizzare il Monumento a Vittorio Emanuele II, noto come Vittoriano o Altare della Patria. A tale scopo si dovette distruggere un intero quartiere a ridosso del Campidoglio, e una serie di edifici: buona parte del convento dell’Aracoeli, la Torre di Paolo III e il Palazzo Torlonia; quest’ultimo sostituito dal Palazzo delle Assicurazioni Generali di Venezia, edificato tra il 1903 e il 1906.

Emerse alla fine l’attuale forma rettangolare sull’asse di via del Corso, dominata a sud dall’Altare della Patria, e delimitata ad ovest dal Palazzo di Venezia e ad est dal Palazzo delle Assicurazioni Generali.

L’adiacente piazza San Marco costituisce un’appendice di Piazza Venezia: infatti prima degli sventramenti operati per realizzare il Vittoriano, le due piazze costituivano un unico spazio urbano.

Piazza Venezia, è stata probabilmente la piazza di Roma che più di ogni altra ha subito rimaneggiamenti e modifiche, causati prima dalla costruzione del Vittoriano e poi dalla realizzazione di via dei Fori Imperiali e di via del Teatro Macello, soprattutto durante il ventennio fascista.

All’inizio degli anni Trenta, tutta questa vasta zona fu sistemata, così come le entrate delle due nuove vie. Dopo l’ampliamento, la piazza divenne contigua a piazza della Madonna di Loreto e a piazza San Marco; si creò così un unico ambiente urbano, articolato nelle tre piazze.

L’architetto paesaggista Raffaele De Vico, in collaborazione con l’archeologo Corrado Ricci, intervenne su questi spazi a giardini, riuscendo a stabilire una simmetria rispetto al Vittoriano, nonostante la spiccata irregolarità degli spazi.

In particolare, furono quattro le zone verdi realizzate da De Vico: due in piano, di forma quadrangolare, davanti alle chiese di San Marco e della Madonna di Loreto, due a semicerchio, con gradoni di travertino e pini italici, nei pressi degli ingressi delle due nuove vie.

Il giardino pianeggiante di fronte alla chiesa della Madonna di Loreto è stato distrutto in seguito ai lavori per l’edificazione della linea C della metropolitana, suscitando aspre polemiche. Ora al posto del giardino troviamo una zona archeologica, con i resti dell’Athenaeum di Adriano.

Malgrado tali trasformazioni, le dispersioni e le falsificazioni, la piazza ha mantenuto una vastità monumentale, e offre a chi proviene da via del Corso una vista d’insieme imbattibile: uno degli scenari più maestosi del mondo, in cui la storia fa sentire la presenza di tanti secoli.

Edifici e monumenti di Piazza Venezia

Come accennato, Piazza Venezia è ricca di maestosi edifici, opere e monumenti di diversa epoca della storia romana. Alcuni dei più rilevanti sono stati citati nella sezione storica di questo articolo e verranno di seguito esposti in modo più dettagliato.

Il Palazzo Venezia

E’ anche grazie a questa struttura, se la Piazza è stata riconosciuta come luogo turistico, successivamente al fascismo. Ciò perché il Palazzo non è solo un glorioso edificio, ma ospita anche il Museo Nazionale del Palazzo di Venezia e l’Istituto Nazionale d’archeologia e Storia dell’Arte.

Dall’aspetto severo, con tre ordini di finestre, merlatura sul cornicione e un’imponente torre, quest’edificio è considerato una delle più significative opere civili del quattrocento romano, nonché il primo grande edificio del primo rinascimento romano.

Fu dimora del cardinale veneziano Pietro Barbo, futuro papa Paolo II, che lo fece edificare tra il 1455 e il 1464 utilizzando il travertino del Colosseo e del Teatro di Marcello. Ampliato poi dal nipote e cardinale Marco Barbo, assunse infine le forme attuali grazie al cardinale Lorenzo Cybo. Il Palazzo divenne dimora dei cardinali di San Marco e residenza papale.

Nel 1564, papa Pio IV Medici cedette parte del Palazzo alla Repubblica di Venezia (da cui il nome, come accennato nella sezione precedente), che vi tenne la sua ambasciata fino al 1797.

Dal 1567 al 1797, la sede diplomatica ospitò personaggi illustri come Borso d’Este Duca di Ferrara, il Re di Francia Carlo VIII e lo scultore Antonio Canova. Nel 1715, l’ambasciatore Nicolò Duodo, decise di effettuare dei lavori che integrassero il balcone che affaccia sulla Piazza e che divenne agli inizi del XX secolo il simbolo dell’epoca fascista.

Un altro ospite d’onore venne ricevuto a Palazzo nel 1770, quando l’incredibile Wolfgang Amadeus Mozart, all’epoca quattordicenne, si esibì in concerto nella cosiddetta Sala del Concistoro, in occasione di un suo viaggio in Italia.

Successivamente al trattato di Campoformio del 1797, con la caduta della Repubblica di Venezia, detta Serenissima (titolo del doge o capo di stato della Repubblica), il Palazzo divenne proprietà dell’Impero Austriaco che ne conservò la funzione di sede diplomatica.

Tra il 1806 e il 1814, durante la breve dominazione napoleonica, la struttura cadde in rovina a tal punto, che il cortile interno venne adibito a mercato. Dopo la parentesi napoleonica, dal 1814 al 1916, ospitò la rappresentanza diplomatica austro-ungarica.

I lavori di restauro per riportare il Palazzo al suo antico splendore furono gestiti, negli anni seguenti, dall’architetto Anton Barvitius. L’attuale posizione dell’edificio è determinata solo dalla riprogettazione di Piazza Venezia nel corso della costruzione del monumento nazionale a Vittorio Emanuele II.

Nel 1916, il Regno d’Italia rivendicò il Palazzo all’Austria per il suo ruolo rappresentativo e patriottico. La costruzione del nuovo scalone monumentale progettato da Luigi Marangoni, è uno dei lavori più rilevanti a celebrazione dell’Unità d’Italia e delle aree sottratte all’Austria nella III guerra d’indipendenza (1866) e nella Prima Guerra Mondiale (1915-18).

All’estremità destra del Palazzo di Venezia, infine, quasi all’angolo con via del Plebiscito si trova la cappellina della Madonna delle Grazie, comunemente detta la Madonnella di S. Marco e risalente al 1699.

Oggi il palazzo, le cui stanze di rappresentanza dal 1929 al 1943 furono destinate a sede del Capo del Governo e del Gran Consiglio del Fascismo, ospita, come accennato, il Museo di Palazzo Venezia e la Biblioteca dell’Istituto di Archeologia e di Storia dell’Arte.

Il Museo di Palazzo Venezia

Dal dicembre del 2014, il Museo è di proprietà del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, proprio insieme alla sopracitata Biblioteca dell’Istituto di Archeologia e di Storia dell’Arte.

La collezione di dipinti comprende capolavori dal XIII al XVIII secolo. Tra questi, ricordiamo l’Annunciazione ai donatori di Filippo Lippi e opere di Giotto Beato Angelico, Giorgione, Benozzo Gozzoli, Guercino, Pisanello, Guido Reni, Giorgio Vasari e Gian Lorenzo Bernini.

Nella loggia esterna si trova un lapidario. Un’importante collezione di armi è ospitata nel Museo, insieme ad una collezione di arazzi, monete e medaglie, tessuti, vetri e un assortimento di oggetti in argento e sculture in legno. Il piano terra della struttura è dedicato a illustri mostre.

Il Palazzo delle Assicurazioni Generali

La realizzazione del Palazzo delle Assicurazioni Generali, l’importante compagnia triestina, si deve al progetto di Marco Besso, all’epoca Direttore e in seguito Presidente della compagnia stessa. Quest’ultima volle costruire la sede delle Generali nel cuore di Roma, vicino alla Colonna Traiana e ai Fori Imperiali.

Pensato nella zona di proprietà della famiglia Torlonia, il cui edificio fu distrutto, l’architetto Giuseppe Sacconi, nel ridisegnare la pianta di Piazza Venezia, volle ripetere le caratteristiche estetiche di Palazzo Venezia.

Per questo alcuni sostengono che la struttura non sia altro che una falsificazione architettonica, in quanto si tratta di un’imitazione di edificio rinascimentale. Il tutto poiché tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, a seguito della realizzazione del monumento a Vittorio Emanuele II, si volle strutturare la creazione di due quinte simmetriche al monumento al Re, che conservassero la simmetria della Piazza.

Il progetto del Palazzo fu poi predisposto da Arturo Pazzi, Alberto Manassei e Guido Cirilli, che riproposero l’eleganza delle linee e l’armonia di Palazzo Venezia, riprendendo addirittura la torre angolare quadrata e l’altezza stessa dell’opera.

L’edificazione dell’edificio ebbe luogo tra il 1906 e il 1911. Esso presenta una pianta trapezoidale, disposta intorno ad un vasto cortile con porticato decorato con stucchi e graffiti, con la funzione di corte d’onore tipica dei palazzi rinascimentali.

Il Palazzo Bonaparte

L’ultimo lato della piazza è delimitato dal Palazzo detto Bonaparte, uno degli storici edifici che disegnano i confini di Piazza Venezia, costruito tra il 1657 e il 1667 da Giovanni Antonio De Rossi per la famiglia D’Aste, in particolare per i marchesi Giuseppe e Benedetto.

Passò in seguito ai Rinuccini, che lo acquistarono per la sua meravigliosa architettura, e nel 1818 alla madre di Napoleone I Bonaparte, Letizia Ramolino, che qui visse, dopo la caduta del figlio, gli ultimi anni della sua vita, morendovi nel 1836.

Nel 1905 poi, la struttura fu ceduta alla famiglia Misciattelli ma è tuttora conosciuta come Palazzo Bonaparte. Dal 1972 è proprietà dell’Assitalia. Dal 2019, dopo i lavori di ristrutturazione, l’edificio è aperto al pubblico e ospita mostre ed eventi; come quello del 2020, in cui venne esposta una raccolta di 50 capolavori di Camille Pissarro e Claude Monet.

Gli elementi del Palazzo che risaltano sono, senza dubbio, l’architettura barocca e gli affreschi settecenteschi, con l’aggiunta di tre file di finestre con timpani disuguali domani da un piccola mansarda.

Il prospetto si compone di tre piani, ognuno con cinque finestre, dove i timpani si differenziano per il disegno sempre diverso. Quelle del secondo piano presentano timpani curvilinei e un leone a rappresentare il simbolo dei primi proprietari, i D’Aste.

Il primo piano è caratterizzato da un balcone ad angolo, coperto, uno dei pochi ancora superstiti, chiamati “bussolotti” o “mignani”, e da un belvedere in alto su cui si legge “Bonaparte”. Si racconta che qui Letizia Bonaparte passasse intere giornate seduta dietro il balcone coperto ad osservare le passeggiate dei romani.

La Basilica di San Marco

Incorporata in Palazzo Venezia (ne è la cappella palatina), la basilica venne edificata nel 336 d.C. da papa Marco in onore di San Marco Evangelista, dopo un restauro nel 792 voluto da papa Adriano. Venne successivamente ricostruita nel 833 da papa Gregorio IV, che decorò l’abside con raffinati mosaici ad oggi presenti. Il campanile fu aggiunto nel 1154.

Fu poi Papa Paolo II nel 1465-1470 a volere il grande cambiamento nell’architettura della chiesa, quando la facciata, progettata dall’architetto Leon Battista Alberti, fu modificata in base allo stile rinascimentale con archi e un soffitto blu interno.

Il pontefice, essendo di origini veneziane, fece decorare il soffitto della navata con al centro lo stemma di Paolo II Barbo e destinò la chiesa alla comunità veneziana di Roma. All’interno la Basilica sembra essere medioevale e inoltre presenta la tomba di Leonardo Pesaro, figlio di un ambasciatore, scolpita da Antonio Canova.

L’aspetto attuale prese forma in tre diverse fasi dal 1735 al 1750, in seguito a dei lavori più impegnativi commissionati dal cardinale Angelo Maria Quirini, basandosi su un’idea di Filippo Barigioni.

All’epoca della costruzione del Vittoriano, come molti edifici, anche la Basilica subì delle modifiche e tra il 1947 e il 1949 vennero eseguiti altri lavori finalizzati a ridurre l’umidità presente nella struttura e venne inoltre riaperta e restaurata la cripta, a fini anche di ricerca.

Attualmente, della primitiva struttura si conservano poche tracce, per via dei lavori promossi dal pontificato Barbo sopracitato. La facciata, eretta con i travertini prelevati dal Colosseo e dal teatro di Marcello, è costituita da un portico a tre arcate su semicolonne con capitelli compositi e dalla loggia a paraste con capitelli corinzi.

Il campanile romanico risale al XII secolo mentre il portale di accesso alla chiesa è del cinquecento. L’interno basilicale ha perso molte delle caratteristiche rinascimentali sotto il pesante rivestimento decorativo del seicento e del settecento.

Nell’interno, suddiviso in tre navate, l’opera più mirabile si trova nell’abside, dove il mosaico del IX secolo raffigura Cristo con San Marco papa e i Ss. Agapito, Agnese, Felicissimo, Marco Evangelista e Gregorio IV; al di sotto, Cristo e gli apostoli.

Presso l’ingresso laterale vi è un monumento funerario, opera di Antonio Canova. Nell’altare del sacramento, in fondo alla navata, troviamo il San Marco papa, opera di Melozzo da Forlì, mentre nel presbiterio si conserva il corpo del santo in un’urna di porfido. La sacrestia, infine, conserva resti del ciborio originario, preziosi arredi e reliquiari insieme a un frammento di Crocifissione del XIII secolo.

Davanti alla chiesa di San Marco si trova la fontana della Pigna: si tratta di una delle dieci fontanelle rionali realizzate tra il 1925 e il 1927, e simboleggia il rione omonimo. È costituita da uno stelo al centro di un piccolo bacino, sul quale due corolle molto stilizzate sostengono una pigna; l’acqua esce da due cannelle laterali e si riversa nelle vaschette a fior di terra, circondate da quattro paracarri.

Il Monumento a Vittorio Emanuele II o Vittoriano

Il Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II o (Mole del) Vittoriano, impropriamente detto Altare della Patria, è un complesso monumentale nazionale situato sul versante settentrionale del colle del Campidoglio, al centro della Roma antica e collegato a quella moderna grazie a strade che dipartono a raggiera da Piazza Venezia.

Il Vittoriano è stato ideato e progettato da Ettore Ferrari, Pio Piacentini e Giuseppe Sacconi, giovane marchigiano che nel 1882 vinse il concorso bandito per celebrare la morte di Vittorio Emanuele II avvenuta quattro anni prima.

Fu costruito a partire dal 1885, con i lavori che si conclusero nel 1935: tuttavia l’inaugurazione ufficiale e l’apertura al pubblico erano avvenute già nel 1911, in occasione degli eventi collegati all’Esposizione internazionale di Torino, durante le celebrazioni del 50º anniversario dell’Unità d’Italia.

Sacconi decise di rappresentare i temi della patria e dell’unità rappresentandoli sia allegoricamente che geograficamente. È quindi possibile trovare i gruppi scultorei del Pensiero, dell’Azione, della Concordia, della Forza e poco dopo le fontane dell’Adriatico e del Tirreno, le quadrighe dell’Unità e della Libertà che guardano dall’alto le statue delle regioni d’Italia.

Da un punto di vista architettonico è stato pensato come un moderno foro, un’agorà su tre livelli collegati da scalinate e sovrastato da un portico caratterizzato da un colonnato. Conserva anche l’Altare della Patria, dapprima un’ara della dea Roma e poi anche sacello del *Milite Ignoto (*come si vedrà nella sezione Curiosità di questo articolo).

Il monumento è stato realizzato in marmo botticino, anziché in travertino come originariamente previsto. Al suo interno si trovano degli spazi espositivi dedicati alla storia del Vittoriano stesso, il Sacrario delle bandiere e la sede del Museo centrale del Risorgimento, che ripercorre il percorso che portò all’unità d’Italia e che ospita spesso interessantissime mostre.

E’ stato consacrato a un’ampia valenza simbolica rappresentando il sacrificio per la patria e gli ideali connessi, grazie al richiamo della figura di Vittorio Emanuele II di Savoia e alla realizzazione dell’Altare della Patria, che simboleggia il complesso processo di unità nazionale e liberazione dalla dominazione straniera portato a compimento dal re, a cui il monumento è dedicato. Si può definire il luogo come un tempio laico in onore dell’Italia libera, unita e celebrante.

Fin dalla sua inaugurazione il Monumento ospitò importanti momenti celebrativi; ciò ha aumentato la sua funzione di simbolo dell’identità nazionale. Le ricorrenze principali, si svolgono annualmente in occasione dell’Anniversario della liberazione d’Italia (25 aprile), della Festa della Repubblica Italiana (2 giugno) e della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate (4 novembre).

Durante queste ultime, il Presidente della Repubblica Italiana e le massime cariche dello Stato rendono omaggio alla chiesetta del Milite Ignoto in memoria dei caduti e dei dispersi italiani nelle guerre.

Dopo una chiusura di quasi 30 anni, dal 1969 al 1997, si assistette ad una rivalutazione dell’intero complesso del Vittoriano che appare ai più come un ottimo esempio dell’arte dei primi decenni dell’unità nazionale, una splendida fusione di Liberty, Eclettismo e Neoclassicismo.

Curiosità su Piazza Venezia

II Vittoriano: la “macchina da scrivere” di Roma

Come accennato nella seziona precedente, da lungo tempo il Monumento viene mitizzato come luogo custode dello spirito nazionale ed essenza dei valori di libertà, patriottismo e unità.

Rispettato e valorizzato, quest’opera è stata però spesso messa in discussione, ideologicamente, esteticamente e anche urbanisticamente, perché per fargli spazio furono abbattuti diversi edifici della Roma Medievale e risistemata la pianta geografica di Piazza Venezia. A causa di queste modifiche il costo dell’opera passò dai 9 milioni di lire inizialmente preventivati ai 26,5 milioni finali.

Alla luce di ciò il Monumento ha finito per essere noto ai più come “torta nuziale” o “macchina da scrivere”, proprio per il suo colore e dimensioni. Inoltre esso è spesso associato negativamente al fascismo, per ragioni storiche, nonostante il progetto risalga agli ultimi anni del 1800, molto prima che il Duce si insediasse come capo dello stato.

A prescindere da queste polemiche il Vittoriano continua ad essere uno dei monumenti più importanti, se non il principale, d’Italia e l’opera risorgimentale per eccellenza.

II Milite Ignoto

In questo articolo è stato più volte menzionato il personaggio del Milite Ignoto, per via dell’importanza di quest’ultimo rispetto all’Altare della Patria e al Vittoriano in generale. E’ importante quindi chiarire maggiormente il ruolo e la storia di questa figura.

Si tratta di un soldato italiano morto durante la Prima Guerra Mondiale, che a causa delle gravi ferite, non fu possibile riconoscere. Egli è divenuto quindi il il simbolo della Patria e di tutti i caduti e i dispersi italiani nelle guerre.

La tomba del Milite venne edificata come monito e memoria dopo la Prima Guerra Mondiale e è situato all’interno dell’Altare della Patria. In sua difesa vigilano il sepolcro due guardie armate e due fiamme che ardono perennemente.

La salma, scelta tra undici da una donna triestina, Maria Bergamas, che aveva perso il figlio, venne trasferita a Roma fra due ali di popolo. La bara fu collocata qui il 4 novembre 1921, giorno dell’Unità Nazionale e festa delle Forze Armate Italiane.

Arrivata a Roma dopo avere attraversato l’Italia, tra il sentito omaggio popolare, la bara dell’Eroe della Nazione, portata a spalla da 12 decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare, saliva la bianca scala del Vittoriano.

Sullo sfondo erano collocate le Bandiere di Guerra dei Reggimenti che avevano partecipato al conflitto, le truppe schierate, i reduci, i feriti e una grande folla commossa. Quel giorno, il “Soldato Ignoto” divenne il simbolo dei 650.000 caduti della Grande Guerra e di tutti coloro che si erano sacrificati per amor di Patria.

II discorso di Benito Mussolini

Una data indelebile nella memoria degli italiani è sicuramente quella del 10 giugno del 1940. Un giorno che marca inevitabilmente un “prima” e in un “dopo” nella storia collettiva e in quella di ciascuna famiglia.

Alle ore 18, dai balconi del nostro Palazzo Venezia, Mussolini annunciò l’avvenuta dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra. Dalle riprese dell’epoca si può notare il dittatore con la mascella protesa, mani sul cinturone, mentre studia sapientemente tonalità e pause, accompagnate dal boato delle masse.

Con una straordinaria sapienza mediatica, il discorso venne infatti amplificato dagli apparecchi della RadioMarelli nelle principali città italiane: Genova, Torino, Milano, Venezia, Trieste, Bologna, Forlì, Bari, Firenze e Napoli. Dove non arrivò il corpo del duce, il primo ad aver affidato alla propria fisicità la comunicazione politica del Novecento, intervenne la sua voce metallica.

Alcuni sostengono che avesse fatto le prove davanti allo specchio, nella sua divisa da caporale d’onore della milizia. All’estero la sua dichiarazione di guerra era attesa già da alcuni giorni: l’agenzia Reuter l’aveva annunciata per il 6 giugno.

In Italia la notizia si seppe all’ultimo momento: la radio e manifesti frettolosamente affissi per le strade informarono che il duce avrebbe parlato agli italiani. Negli ultimi giorni la propaganda s’era fatta sempre più martellante: sotto la guida di Mussolini, la guerra avrebbe avuto un carattere del tutto nuovo.

Venne decantata come “una guerra dinamica, rapida, qualitativa", a detta del ministro della Cultura Popolare Alessandro Pavolini il 5 giugno, in un famoso articolo che comparve su quasi tutti i quotidiani.

Ci si chiede cosa indusse Mussolini a condurre l’Italia alla catastrofe. Era totalmente consapevole della totale impreparazione militare del suo Paese. Aveva sfidato le resistenze di tutti: del Re e del generale Favagrossa che presiedeva l’industria dell’armamento, dell’alta burocrazia e della Chiesa.

Secondo Renzo De Felice, il maggior biografo del capo del fascismo, le ragioni che mossero queste spinte anche irrazionali le ragioni furono essenzialmente due: la Francia ormai in ginocchio, sopraffatta dalle truppe germaniche, e la paura dei tedeschi, in lui sempre più forte. Pare infatti che il Duce esclamò, dopo aver letto il rapporto di Alfieri sulla sua conversazione con Göring, “Non possiamo tirarci indietro. Dopo la Francia, potrebbe toccare a noi".

Alle 16:30 del 10 giugno, il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano convocò a Palazzo Chigi gli ambasciatori francese e inglese. In divisa da ufficiale dell’aeronautica, consegnò a entrambi la dichiarazione di guerra. “Probabilmente avete già compreso le ragioni della mia chiamata", disse andando incontro ad André Francois-Poncet. “Benché sia poco intelligente, questa volta ho capito”, lo fulminò il diplomatico francese.

E poi giunse il giudizio tagliente, sempre proveniente da quest’ultimo, che sarebbe rimasto impresso nell’immaginario collettivo: “Avete atteso che noi fossimo a terra per darci un colpo di pugnale nella schiena".

Si disse che fu più freddo e formale l’incontro con il britannico Percy Loraine, che accolse la dichiarazione in maniera stoica. Un’ora dopo, il boato delle piazze pubbliche ma anche lo sconforto di molte case private. Lo stesso Ciano scrisse “Sono triste, molto triste. L’avventura comincia. Che Dio assista l’Italia".

Con quel discorso pronunciato in un caldo pomeriggio di giugno, Mussolini portò un popolo alla rovina. “Questa è la tragedia della storia italiana", avrebbe detto Winston Churchill alcuni mesi dopo dai microfoni di Radio Londra. “E questo è il criminale che ha tessuto queste gesta di follia e vergogna!". Un giudizio storico difficile da smentire.

Per coloro che volessero approfondire questo tema, riportiamo di seguito il discorso originale di Benito Mussolini tenuto dal balcone di Palazzo Venezia il 10 giugno 1940 ore 18.00:

“Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania! Ascoltate!

Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria.

L’ora delle decisioni irrevocabili.

La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.

Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano.

Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue stati.

La nostra coscienza è assolutamente tranquilla.

Con voi il mondo intero è testimone che l’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa; ma tutto fu vano.

Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l’eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che la hanno accettate; bastava non respingere la proposta che il Fuhrer fece il 6 ottobre dell’anno scorso, dopo finita la campagna di Polonia.

Oramai tutto ciò appartiene al passato.

Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l’onore, gli interessi, l’avvenire fermamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia.

Noi impugniamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all’Oceano.

Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione; è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra; è la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto, è la lotta tra due secoli e due idee.

Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro solennemente che l’Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate.

Italiani!

In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo. Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose Forze armate.

In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla Maestà del re imperatore, che, come sempre, ha interpretato l’anima della patria. E salutiamo alla voce il Fuhrer, il capo della grande Germania alleata.

L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere!

E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.

Popolo italiano!

Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!"

Il giardino di Palazzo San Marco: Palazzetto Venezia

Molti credono erroneamente che il Palazzo Venezia e il Palazzetto Venezia rappresentino lo stesso edificio. In realtà con quest’ultimo ci si riferisce ad una struttura quattrocentesca, anticamente nota come Palazzetto di San Marco, con cortile interno, concepita da Paolo II nel 1464 come un giardino aperto circondato da un portico a cui fu poi aggiunto nel 1466-68 il loggiato superiore.

Nel 1770 la chiusura di 21 arcate, voluta da Paolo III, dette avvio allo snaturamento del complesso, che, dopo la tamponatura delle rimanenti, prese il nome di Palazzetto. Demolito nel 1909 circa, per fare spazio intorno al Vittoriano, fu ricostruito nel 1911-13 riutilizzando i materiali lapidei.

Il cortile interno è a due ordini di arcate, rispettivamente a pilastri ottagonali con capitelli compositi e a colonne con capitelli ionici, in travertino; al centro, un pozzo scolpito da Antonio da Brescia.

Attualmente il Palazzetto ospita alcune sezioni del Museo del Palazzo di Venezia e l’Istituto nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte. In angolo con l’edificio si trova la statua di Madama Lucrezia, un grande busto marmoreo comunemente noto per la sua appartenenza alla congrega delle “statue parlanti” (una serie di sculture su cui, fin dal XVI secolo, i Romani affiggevano messaggi anonimi, contenenti per lo più critiche e componimenti satirici contro i governanti).

Identificabile, grazie al nodo isiaco con cui è legato lo scialle sfrangiato sul petto, come un frammento di una statua colossale della dea Iside, risalente al II o III secolo d.C., che aveva il suo luogo di culto nell’Iseo del Campo Marzio.

Il busto venne posizionato intorno al 1500 dal Cardinale Lorenzo Cybo davanti alla basilica di San Marco e successivamente spostato sulla sinistra, dove si trova attualmente. L’appellativo di Madama Lucrezia deriverebbe, secondo una delle tradizioni più diffuse, dalla dama Lucrezia d’Alagno, favorita di Alfonso d’Aragona, re di Napoli, che abitò presso la piazza nella seconda metà del XV secolo.

La statua divenne ben presto la protagonista di alcune manifestazioni popolari romane: il giorno del primo di maggio, in occasione del “ballo de li poveretti” (una sorta di carnevale delle persone appartenenti alle classi basse), essa veniva ornata con collane di aglio, peperoncini, cipolle e nastri. Come le altre cinque statue parlanti di Roma, fu spesso la voce delle pasquinate, pungenti satire contro il governo o personaggi pubblici.

Il Leone di Piazza Venezia

La facciata del Palazzo San Marco è caratterizzata da arcate al pianterreno, da un fregio dipinto a chiaroscuro, dominato da una serie di bifore (finestre suddivise verticalmente) romantiche da cui risaltano due file di finestrelle. Sopra l’ingresso principale della prestigiosa facciata si trova effigiato il Leone di San Marco.

Il bassorilievo risale al XVI secolo, proveniente da un rimaneggiamento della cinta muraria di Padova, fu posizionato al centro della facciata, come emblema della rinascita d’Italia e della Repubblica Veneta.

Il risultato rispettò le aspettative della comunità triestina che con l’imponente e più rappresentativo Palazzo delle Generali (citato nella sezione dedicata alle opere e monumenti della Piazza), irrompeva in maniera decisa nella scena cittadina come protagonista del mondo assicurativo e degli interessi culturali e commerciali della capitale.

La casa di Michelangelo Buonarroti

Nell’angolo più appartato di Piazza Venezia, in una rientranza che si trova proprio in prossimità del Foro Traiano, una targa, posta su un lato del Palazzo delle Assicurazioni Generali, testimonia in quel luogo l’antica esistenza della casa di Michelangelo Buonarroti.

Quest’ultimo fu scultore, pittore, architetto e poeta italiano, creatore di opere fra cui si annoverano il David, il Mosè, la Pietà del Vaticano, la Cupola di San Pietro e il ciclo di affreschi nella Cappella Sistina.

La targa riporta “Qui era la casa consacrata dalla dimora e dalla morte del divino Michelangelo. SPQR 1871”. La struttura era situata in Via Macel de Corvi, una strada stretta e tortuosa scomparsa, anch’essa, con le demolizioni effettuate per permettere la costruzione del Vittoriano.

Michelangelo visse in quella dimora per circa mezzo secolo. Gli fu concessa nel 1513 poiché l’artista toscano era legato alla casata dei Della Rovere, per la realizzazione delle statue della tomba del papa in San Pietro in Vincoli. Il progetto, rimasto attivo per tantissimi anni, non si realizzò mai e rappresentò una delle epoche più buie della sua vita artistica.

La casa, in netto contrasto con l’opera di Michelangelo, era molto modesta: comprendeva due camere da letto, la bottega al pianterreno, un tinello e la cantina. C’erano anche una loggia, la stalla e l’orto. L’artista ci visse “povero e solo come spirito legato in un’ampolla”.

La zona era costituita da un fitto intreccio di vicoli in cui Roma esprimeva tutta la propria anima popolare sia nel bene sia nel male. Esistevano infatti diverse discariche. Lo stesso Michelangelo, descrivendo il fetore che avvolgeva i dintorni della propria residenza, commentò scherzosamente in un suo sonetto che quella sembrava essere una latrina comune.

Eppure in quel luogo Michelangelo non solo visse a lungo, ma lì videro la luce tanti dei suoi più grandi progetti artistici come, ad esempio, il Giudizio Universale o la Pietà. Non cambiò residenza nemmeno quando divenne l’artista più ricercato e ricco di Roma.

In quella casa continuò a vivere come un comune artigiano, senza nessun lusso. Fu tra quelle mura che scrisse i sonetti e le lettere indirizzate a Vittoria Colonna e s’innamorò di Tommaso Cavalieri, che lo assistette fino alla sua morte, alla soglia dei novant’anni.

Piazza Venezia e il Cinema

Come accennato in alcuni dei nostri articoli, Roma è spesso stata scelta dai registi come set per la realizzazione di film sulla cultura romana e non solo. A questo proposito, uno dei personaggi caratteristici della capitale, è sempre stato il vigile urbano, detto bonariamente “Pizzardone”, che dirigeva il traffico dall’alto della sua pedana, posta al centro della strada.

Il Pizzardone per eccellenza, considerata la collocazione geografica di Piazza Venezia e i vari incroci che la circondano, era proprio il vigile della Piazza, personaggio rappresentato in un film di Mauro Bolognini con attori del calibro di Nino Manfredi e Alberto Sordi, che hanno senza dubbio contribuito a forgiare la storia della commedia italiana.

L’attore Alberto Sordi ha interpretato un personaggio simile anche in un altro grande film italiano riguardante la stessa tematica, questa volta accompagnato dal collega Vittorio de Sica. Il titolo della pellicola è proprio “Il Vigile Urbano”.

La saga cinematografica di “Mission Impossible”, infine, portata in auge da Tom Cruise, sembra tornerà con un altro grande successo. Il divo di Hollywood pare abbia scelto l’Italia per le riprese di alcune delle scene più spettacolari. L’ultimo set su cui è stato avvistato è proprio Roma e si vocifera che Piazza Venezia sarà al centro di alcune scene.

Consigli utili

  • Per la visita a Piazza Venezia consigliamo una visita guidata, vi sono diversi tour disponibili a seconda delle tue possibilità economiche.
  • Normalmente non ci sono file troppo lunghe per visitare i diversi monumenti di Piazza Venezia. Tuttavia, laddove è necessario, è raccomandabile prenotare i biglietti online in qualche modo per evitare contrattempi.
  • Se decidi di non prenotare online e pensi di fare una passeggiata senza l’appoggio di una guida consigliamo di non perderti in particolare il maestoso Vittoriano, uno dei monumenti principali e più rappresentativi dello Stato italiano.
  • Piazza Venezia è sempre accessibile e sempre aperta al pubblico. Tuttavia cambia aspetto in base alla stagione dell’anno in cui ci si reca. La passeggiata notturna per esempio è quella più gettonata in estate.
  • Se ti sposti in macchina ti consigliamo di dare un’occhiata in anticipo ai parcheggi limitrofi ed eventualmente di prenotare un posto auto.
  • Rispetto al tempo necessario per una visita soddisfacente dell’intera Piazza, ti consigliamo mezza giornata.
  • In inverno ed autunno ti consigliamo di portare sempre con te una giacca e un ombrello.
  • Un’epoca suggestiva nella quale ti consigliamo di visitare Piazza Venezia è durante le festività natalizie. Ogni anno infatti viene posto al centro della Piazza un albero maestoso adornato e illuminato che ben trasmette lo spirito del Natale.

Luoghi di interesse nelle vicinanze

Il Colosseo Romano

L’Anfiteatro Flavio, conosciuto popolarmente come il “ Colosseo”, è il principale simbolo d’Italia e una delle poche destinazioni realmente imperdibili di Roma. L’entrata è inclusa nel biglietto per il Foro Romano e il Palatino.

Si trova a 850 m a sud di Piazza venezia (10 minuti a piedi).

Colle Palatino

E’ di minore importanza rispetto al Foro Romano ma è comunque di grande interesse turistico. Qui si trovano le rovine della residenza imperiale e inoltre offre viste incredibili del Foro Romano e del Circo Massimo. L’entrata è inclusa nel biglietto del Colosseo e del Foro Romano.

L’entrata al Palatino si trova a 1,3 km a sud di Piazza Venezia (16 minuti a piedi).

Arco di Constantino

E’ l’ Arco di Trionfo che si presenta maggiormente conservato tra i tre che esistono ancora a Roma. Venne costruito per commemorare la vittoria di Costantino I nella battaglia del Ponte Milvio nel secolo IV.

Si trova a 1 km a sud di Piazza Venezia (12 minuti a piedi).

I Fori Imperiali

E’ anche possibile visitare i Fori Imperiali, i quali sono estensioni del Foro Romano realizzate da diversi imperatori. Per raggiungerli devi solo seguire la Via dei Fori Imperiali in direzione Piazza Venezia.

Si trovano a 110 m a sud di Piazza Venezia.

Circo Massimo

Si tratta dello stadio sportivo più grande della storia. La maggior parte della struttura si trova ancora sotto terra, però si può visitare una parte delle rovine. Durante la visita è anche possibile sperimentare, mediante realtà virtuale, come erano le strade nell’antica Roma.

L’entrata al Circo Massimo si trova a 800 m a sud-est di Piazza Venezia (10 minuti a piedi).

Domus Aurea

I resti del grande palazzo che l’imperatore Nerone fece costruire nell’anno 64 d.C., possono essere visitati in un percorso che include un’esperienza di realtà virtuale.

L’entrata alla Domus Area si trova a 1 km ad est di Piazza Venezia (14 minuti a piedi).

Ludus Magnus

Il Ludus Magnus è la base dove si allenavano i gladiatori. Le rovine si trovano al lato del Colosseo. Non è necessario entrare per apprezzarle. Si può ammirare nella sua totalità dalla strada.

Il Ludus Magnus si trova a 1,3 km ad est di Piazza Venezia (16 minuti a piedi).

Basilica di San Clemente

A pochi minuti a piedi dal Colosseo si trova la Basilica di San Clemente. Si tratta di una chiesa che ti permette di intraprendere un’interessante visita sotterranea, nella quale puoi scoprire un antico Mitreo (tempio dedicato al dio Mitra), i resti di edifici del I secolo e un’antica chiesa che funge da base alla struttura attuale. Sicuramente raccomandabile.

La Basilica di San Clemente si trova a 1,5 m da Piazza Venezia (19 minuti a piedi).