Roma
Il‌ ‌Colle Palatino Jeremy Vandel

Il‌ ‌Colle Palatino

Insieme al Colosseo e al Foro Romano fa parte del circuito archeologico più visitato in Italia. ll Colle Palatino è considerato la culla della Città Eterna, nonché il luogo sacro di Roma per eccellenza, per nessun viaggio a Roma può dirsi completo senza una visita a questo maestoso complesso.

Il Palatino è uno dei sette colli di Roma, insieme al Quirinale, Viminale, Campidoglio, Aventino, Celio ed Esquilino. Si può definire il più rilevante in quanto situato in una posizione preferenziale rispetto agli altri: al centro e vicino, ma non adiacente, al Tevere; tra il Velabro e il Foro Romano. In tale posizione poteva controllare ed organizzare il sottostante punto di approdo, di passaggio, di mercato, che fu il Porto Tiberino con l’annesso Foro Boario.

In seguito anche alla sua posizione, il Colle rappresentò sempre un luogo sacro per i Romani, in quanto punto di partenza per la creazione della città, che sarebbe poi diventata il centro del mondo. Il Palatino si dice abbia infatti dato alla luce la città di Roma, in quanto fu uno dei siti in cui la vita della capitale venne fondata come un vero e proprio corpo urbano.

Ciò che rimane oggi del Colle Palatino, ove attualmente si trovano le rovine dei templi e dei palazzi degli imperatori romani che vi abitarono, può essere visitato nella zona archeologica che comprende anche il Foro Romano e il Colosseo.

Breve storia del Colle Palatino

Periodo monarchico (753 - 509 a.C.)

Il Palatino accoglie una delle più arcaiche testimonianze della Roma antica, costituita da capanne in diverse aree del Colle (sud-ovest) e da un muro di fortificazione sul versante settentrionale, datati all’VIII secolo a.C. Si tratta di un dettaglio particolarmente significativo vista la contemporaneità con la data tradizionale di fondazione da parte di Romolo (753 a.C.).

Vi è comunque da specificare che i resti ritrovati di una capanna protourbana risalirebbero ad una fase più antica, in particolare al periodo che va dal 900-750 a.c., tarda età del bronzo e prima età del ferro, quindi anteriore a Romolo.

Il Palatino rappresentava il centro della romanità e per questo ruolo veniva contrapposto all’Aventino: i due colli si fronteggiano come le due componenti della società romana: i patrizi che facevano riferimento al Palatino e i plebei che avevano il loro centro sull’Aventino.

Secondo alcuni storici Roma venne fondata verso la metà dell’VIII sec., nel 753 a.c., quando Romolo la edificò sul Palatino, tramite rituali che sarebbero perdurati nel tempo e rimasti in vigore (almeno per la fondazione delle colonie) fino a 1000 anni dopo.

Si dice che dalla cima dell’Aventino con un aratro trainato da una vacca e da un bue, il fondatore tracciò la fossa di fondazione lasciando il terreno libero per le porte. Infine, avrebbe edificato le mura, scavato il fossato e delimitato il pomerio. Lo storico Tacito descrive questa come la forma originaria della Roma Quadrata (la città inaugurata): una pianta quadrangolare con i vertici all’Ara Massima di Ercole nel foro Boario, all’Ara di Conso presso il Circo Massimo ed infine al santuario dei Lari, ai piedi della Velia.

Il muro originario era costituito da grosse schegge di tufo misto a terra. In seguito la prima cinta di mura venne rafforzata e in parte sostituita con un’altra, composta da due cortine di muratura a secco riempite d’argilla. A quest’epoca risalirebbe anche lo scavo del fossato esterno, che nel VI sec., con la costruzione della nuova fascia muraria, riempito quasi completamente per consentire il raddoppio delle possenti mura di blocchi di tufo rosso.

Alla fine del secolo venne portato avanti il nuovo piano urbanistico dei Tarquini. Le porte che si aprivano sulle mura erano quattro, ma solo di due conosciamo il nome: la porta Mugonia sulla strada che andava dal Palatino a Velia, poi ribattezzata Via Sacra, e la porta Romana o Romanula in direzione del Velabro. La terza doveva trovarsi in corrispondenza delle Scalae Caci.

I Tarquini, re etruschi, dal 616 al 509 a.c. modificarono profondamente la città. Fino al 578 a.c. sedette sul trono di Roma Tarquinio Prisco, e fece costruire edifici in pietra rivestiti da terrecotte decorative, mentre i templi e le strade erano tra i più belli ed imponenti di tutto il Mediterraneo. Venne realizzata la Cloaca Maxima (condotto fognario), e l’iscrizione del Lapis Niger testimonia la diffusione del latino come lingua ufficiale, nonostante la rilevante presenza degli Etruschi.

Intorno alla metà del VI sec., il re Servio Tullio suddivise l’ingrandita urbe in quattro parti, e sul Palatino vennero costruiti muri di terrazzamento squadrati che consentissero stabilità ai nuovi edifici con nuove fognature. Vennero allestiti spazi pubblici e il sistema viario dell’età arcaica venne modificato sostituendo gli antichi fondi stradali in ciottoli di fiume con blocchi di tufo. La viabilità che si snodava attorno al colle, aveva come via più importante la Via Sacra. In cima alla collina si trovavano i templi più importanti.

Periodo repubblicano (509 - 27 a.C.)

La storia del Palatino è piuttosto oscura per i primi secoli di vita della città e, tranne alcuni templi come quello della Vittoria e della Magna Mater, nessun edificio pubblico vi fu costruito.

La repubblica però segnò la trasformazione del Colle in un quartiere residenziale della classe dirigente romana, con abitazioni private e ville di personaggi ricchi ed illustri: tra coloro che vi abitarono possiamo ricordare M.Valerio Massimo, console nel 505 a.c., Tiberio Sempronio Gracco, padre dei famosi tribuni, Licinio Crasso, console nel 95, Cicerone, il poeta lirico Catullo, Q.Ortensio Ortalo, famoso oratore, la cui casa fu poi acquistata da Augusto.

Fra i tanti palazzi, che verranno approfonditi nelle seguente sezione di questo articolo, ricordiamo la Casa di Livia. Risale al I secolo a.c. ed è una delle più belle e meglio conservate, pur essendo relativamente modesta rispetto ai futuri palazzi imperiali: lì vissero l’imperatore Augusto e sua moglie Livia.

Alla fine, Augusto, nel 44 a.C., decise di trasferire sul Palatino la sua residenza, la Domus Augustea, facendo costruire un tempio dedicato ad Apollo (28 a.C.). Da allora, quasi tutti gli imperatori andarono ad abitare sul Colle. Con il tempo e con il concorso speciale di alcuni di loro, che si spinsero fino alle pendici del colle che si affacciava sul sottostante Foro Romano, esso si trasformò in un’immensa e sontuosa dimora principesca: il Palazzo imperiale per eccellenza.

Lo sfarzo della corte imperiale non si misurava solo con l’estensione della residenza, ma in particolare per lo sfarzo delle decorazioni: marmi colorati che rivestivano pareti e pavimenti, affreschi eleganti all’interno delle sale, stucchi che ritraevano motivi decorativi originali e fantasiosi. Così come statue, gruppi scultorei e opere d’arte disseminate in tutto l’edificio e una sala da pranzo, la Cenatio Iovis, riscaldata ed ottima per l’inverno.

Periodo imperiale (27 a.C. - 476 d.C.)

Con il susseguirsi dei vari imperatori sorsero, una dopo l’altra, nuove dimore e opere, come il palazzo imperiale di Tiberio o Domus Tiberiana, ampliata da Caligola, il palazzo di Nerone o la Domus Transitoria e una parte della Domus Aurea, costruita dopo il terribile incendio del 64 d.C etc.

La dinastia che diede però il via alla costruzione del palazzo più sontuoso di tutti fu quella Flavia, soprattutto con l’imperatore Domiziano. Fu così che la dimora imperiale diventò talmente grande e imponente da occupare l’intera superficie del colle.

La residenza era divisa in differenti settori: uno riservato al rilassamento, in cui si trovavano le terme e il cosiddetto Stadio; uno privato detto Domus Augustana (la Casa dell’Augusto) dove si trovavano gli appartamenti imperiali organizzati in stanze, cortili e terrazze; ed infine la parte pubblica detta Domus Flavia, aperta ai cittadini e agli stranieri, dove si trovava anche la grande sala del trono.

Il palazzo rimase sostanzialmente immutato fino ai Severi, quando l’imperatore Settimio Severo fece aggiungere un’altra sezione composta dal Septizodium o Settinozio, un singolare prospetto architettonico a più piani, ricco di colonne, nicchie e statue, animato da giochi d’acqua, posto proprio accanto alla nuova Domus che si affacciava sul Circo Massimo. Le rovine dei palazzi di Augusto, Tiberio e Domiziano sono ancora visibili.

Dopo Settimio Severo, tranne che per un tempio fatto costruire da Eliogabalo nel III secolo, nessun’altra costruzione importante fu edificata sul Palatino; anzi, con Diocleziano, agli inizi del IV secolo, gli imperatori cominciarono addirittura a disertarlo. Sotto Costantino era già iniziata una rapida decadenza che, l’abbandono anche degli antichi luoghi di culto e le devastazioni subite nel 410 dai Goti e nel 455 dai Vandali aggravarono e finirono per rendere, sotto ogni aspetto, completa.

Epoca medievale (476 - 1492)

Nel Medioevo il Palatino subì le sorti del resto di Roma e tutto decadde a pascolo per armenti. Nel 500 alcune funzioni del palazzo furono ripristinate grazie a Teodorico, che attuò restauri e costruì un anfiteatro nel giardino a forma di stadio che Domiziano aveva fatto realizzare.

L’antica residenza imperiale, in cui si stabilì l’amministrazione bizantina, venne utilizzata fino al VII sec. dagli imperatori in visita a Roma, mentre i quartieri bassi vennero sommersi dal fango lasciato dalle inondazioni del Tevere.

Dopo il declino del ducato bizantino di Roma e lo spostamento della sede del papa al Laterano, il Palatino cessò di esistere, anche se nei secoli IX e X sorse qualche villaggio vicino alle chiese. Alcuni degli edifici rimanenti, vennero trasformati in abitazioni e il colle destò l’interesse delle famiglie De Imiza, De Papa e Stefaneschi.

Inoltre ci fu il restauro di alcune chiese come S. Anastasia. In seguito furono fondati un monastero nella Vigna Barberini ed una chiesa nei pressi del Settizonio. Nell’area settentrionale del Palatino sorgeva il Cartularium o Testamentum, un archivio contenente i documenti relativi ai possedimenti ecclesiastici.

L’imperatore Ottone III scelse invece il Palatino come dimora personale. Nel XII secolo il Colle era nelle mani di una sola grande casata e da alcuni enti ecclesiastici, mentre nel Basso Medioevo si spopolò lasciando spazio a orti, vigne e campi. Nei monumenti non utilizzati come abitazioni si praticavano grandi scassi alla ricerca di materiale da trasformare in calce.

L’importanza simbolica del Palatino rifiorì con l’ascesa della casata dei Frangipane, i quali si stabilirono nei pressi della Via Sacra e costruirono torri e fortezze a controllo delle vie principali, nelle quali sarà inglobato anche l’Arco di Tito.

Rinascimento (1492 - 1789)

Un’altra casata che esercitò il suo potere sul Colle fu la casata Farnese che si attivò per riportare il Palatino all’antico splendore e sulla parte settentrionale fece impiantare gli Horti Farnesiani, affidando il progetto a Jacopo Barozzi da Vignola.

Gli Horti, che alternavano aree verdi a eleganti costruzioni, e tuttora in parte conservati al di sopra dei resti della Domus Tiberiana, si proponevano di riprodurre in forma di giardino la pianta del palazzo di Tiberio e anche di offrire alla città di Roma un assortimento eccezionale di piante rare ed esotiche.

Man mano che diminuì l’influenza dell’impero d’Oriente, aumentò l’autorità papale. Venne eretta per esempio la chiesa di San Sebastiano e il Settizonio venne incluso alla vicina abbazia di San Gregorio che poco dopo occupò anche le terme Severiane. Un altro monastero di cui si ha memoria sul Palatino fu quello dei frati di Montecassino che sorse verso la metà del secolo XIV.

L’ultima grande trasformazione del Palatino prima degli scavi che definirono il paesaggio e le rovine attuali fu messa in atto da papa Paolo III, che nel 1536 sistemò la zona del Campo Vaccino e, dopo aver abbattuto le costruzioni sorte nella zona, piantò un viale di olmi tra gli Archi di Tito e di Settimio Severo, ricalcando con tale percorso l’antica Via dei trionfi.

Dopo aver comprato terreni e vigne, il pontefice fece realizzare lussuosi horti sulla cima del Palatino, commissionò i progetti per la creazione di giardini, scalinate con fontane e ninfei ricchi di specie arboree europee e americane.

Per tutto il Rinascimento, in generale, si cercò nei sotterranei di palazzi, case e templi. Si tentò di identificare i monumenti ancora visibili e compararli con quelli di cui parlavano le fonti antiche.

Ricordiamo infatti che i primi scavi sul Palatino avvennero nel Medioevo, ma le distruzioni iniziarono molto prima, quando i cristiani vollero sbarazzarsi di colpo di tutti i pagani, fossero persone o beni artistici. Essi furono infatti obbligati a convertirsi, pena la confisca dei beni e la morte.

Età contemporanea (1789 - attualità)

Nel 1731 i Borboni si impossessarono dei giardini che iniziarono a vivere un lento declino: abbandonati dai proprietari che risiedevano a Napoli, gli edifici vennero occupati dai contadini che utilizzavano i giardini per le coltivazioni. Infine passarono a Napoleone III e al Regno d’Italia.

Nel 1830, lo scozzese Charles Mills aveva fatto costruire un incredibile villino neogotico, a fine Ottocento sulla struttura fu costruito un convento, che venne demolito a partire dal 1928, per far luogo agli scavi.

Il dissotterramento archeologico intensivo della zona iniziò nel XVIII secolo e terminò alla fine del XIX secolo, dopo la proclamazione di Roma capitale del Regno d’Italia. Le scoperte continuarono per tutto il XX secolo, riguardanti la Casa di Augusto o il recentissimo rinvenimento di un ambiente sotterraneo, forse il Lupercale. Resta completamente da scavare il palazzo di Tiberio, sotto i giardini farnesiani.

Anche se attualmente esistono solo alcune parti delle vecchie strutture, attraverso queste vestigia possiamo apprezzare e immaginare lo stile di vita dell’epoca. Uno dei complessi meglio conservati del Palatino è la casa imperiale o Casa di Augusto.

Nella sommità del Colle è stato allocato l’Antiquarium del Palatino: il museo che espone materiali relativi al Palatino dalle origini all’età repubblicana (piano terreno) e al Palatino in età imperiale (primo piano).

Tra i monumenti sono esposti diversi oggetti delle tombe dell’età del ferro e opere d’arte di edifici imperiali. Le più importanti di queste opere sono le pitture decorative della sala di lettura di Isiaca.

Edifici e monumenti del Colle Palatino

Come accennato, il Colle Palatino è ricco di maestosi edifici, opere e monumenti di diversa epoca della storia romana. Alcuni dei più rilevanti e dei più antichi sono stati citati nella sezione storica di questo articolo e verranno di seguito esposti in modo più dettagliato.

Le Capanne

Si tratta dei fondi di tre capanne del VIII secolo a.C., scavati nella roccia e riesumati nel 1948 nella zona antistante il Tempio della Magna Mater. Essi rappresentano le vestigia dei primi insediamenti di Roma nella prima e seconda età del ferro (dal X secolo a.C. alla metà del VII secolo a.C.).

Pare che la pianta delle capanne fosse ovale, il suolo levigato e reso piano e con un canale per l’eliminazione dell’acqua piovana. La struttura inoltre era sostenuta da sei pali di legno, di cui uno portante, e le pareti dovevano essere di fango, paglia e canne.

Casa Romuli

La Casa Romuli o Capanna di Romolo, era considerata la dimora del mitico fondatore e primo re di Roma, Romolo, secondo la leggenda nel 771-717 a.C. La struttura era situata all’angolo sud-occidentale del colle Palatino, dove si scendeva verso il Circo Massimo, le cui sommità erano considerate come i terminali della Roma quadrata.

Si trattava della capanna monolocale tradizionale da contadini dei latini, con il tetto di paglia e pareti di canne e fango, come sono riprodotte in miniatura nelle caratteristiche urne funerarie della cosiddetta cultura laziale (ca. 1000 - ca. 600 a.C.).

La Casa fu più volte compromessa nel corso del tempo, e ricostruita, a causa soprattutto di incendi che divampavano in seguito a celebrazioni e sacrifici in onore di Romolo stesso, all’epoca divinizzato. Si ricordano, in particolare, gli incendi del 38 a.C. e del 12 a.C.

Attualmente, gli archeologi non hanno potuto identificare in maniera definitiva eventuali resti ancora esistenti della Casa Romuli. Una possibilità riguarda il più grande di un gruppo di abitazioni le cui fondamenta emersero durante gli scavi nel 1946. I resti erano stati scavati nella roccia tufacea, con un perimetro di 4,9m x 3,6m a forma ovaloide.

Il Lupercale

E’ una grotta alle pendici sud ovest del Palatino, vicino al Circo Massimo, diventata poi santuario e luogo in cui i Romani veneravano il dio Luperco.

E’ ubicata presso le mura del palazzo di Aurelio, tra il Tempio di Apollo Palatino e la Basilica di Sant’Anastasia al Palatino, all’altezza del Circo Massimo, si trova a 16 metri di profondità, con un’altezza di 9 metri per 7,5 di diametro.

Si pensa sia il luogo in cui vennero trovati i gemelli Romolo e Remo con la famosa lupa, come approfondito nella sezione Curiosità di questo articolo. Il luogo descritto dalle fonti era circondato da un boschetto in cui cresceva l’originale pianta di fico, ma nel periodo augustano restavano solo le vestigia dell’albero accanto al Lupercale.

Le Scalae Caci

Le Scalae Caci o Scale di Caco (gigante avversario di Ercole), in tempi remoti, prima dell’epoca imperiale, mettevano in comunicazione il Palatino con il Foro Boario per mezzo di una porta detta appunto Porta Scalae Caci, un ingresso della Roma quadrata.

La Porta Scalae Caci era una delle tre o quattro entrate, secondo alcuni anche di più, che si aprivano nella cinta muraria della Roma Quadrata fondata da Romolo, la cinta originaria di mura romane.

La storia narra che Cassio Longino, Pretore nel 174, Console nel 171, e Censore nel 154 a.c., iniziò la costruzione di un teatro, che fu però impedita dal senato, perché luogo poco adatto ai rudi romani che dovevano occuparsi solo di guerra e non di spettacolo o di letteratura.

Di fatto quindi il teatro venne fatto distruggere, e ne rimasero i resti, giusto presso la zona in cui era situata la reggia di Romolo. Accanto alle vestigia, che risalgono al 154 a.c., si ergevano le Scalae Caci, le cui rovine sono ubicate nel sito delle Capanne del Palatino.

Tempio di Apollo Palatino

Ad Apollo, Dio del sole, fu promessa la costruzione di un tempio in voto da Ottaviano, nel caso in quest’ultimo avesse ottenuto la vittoria sul Nauloco nell’importante battaglia contro Sesto Pompeo nel 36 a.c.

Il tempio di Apollo venne costruito nel luogo in cui era caduto un fulmine all’interno delle proprietà di Augusto sul Palatino, evento interpretato come segno divino, secondo la tradizione dell’epoca.

Il tempio venne inaugurato, il 9 ottobre del 28 a.c., quindi 6 anni dopo aver pronunciato il voto, d’altronde l’edificazione aveva richiesto un certo lasso di tempo. In realtà vennero fatti costruire da Augusto sul Palatino altri templi, ma il più importante e sontuoso era il tempio di Apollo (Templum Apollinis). La costruzione di quest’ultimo divenne un’occasione per celebrare anche la vittoria ottenuta ad Azio su Marco Antonio.

Nel tempio e nella vicina biblioteca si riuniva spesso il Senato romano in epoca imperiale, segno della sottomissione al principe dell’antico organo repubblicano. La struttura venne distrutta in un incendio divampato il 19 marzo 363, ma, grazie agli sforzi dei soccorritori, si salvarono le profezie contenute all’interno.

Il luogo su cui sorse il tempio faceva parte della Domus Augustana, un’area di proprietà di Augusto e acquistata a sue spese, come vedremo in seguito. La regia era collegata alla terrazza del santuario grazie a corridoi affrescati, secondo le usanze regali ellenistiche, dove la dinastia era legata agli Dei.

Area Apollinis

Il tempio era circondato da un portico, detto delle Danaidi, il quale conteneva colonne in marmo giallo antico, le statue delle cinquanta figlie di Danao (personaggio della mitologia greca) inserite tra i fusti, l’effige di Danao con la spada sguainata e le statue equestri dei figli di Egitto.

Davanti al tempio c’era un altare affiancato dalle sculture della Mandria di Mirone e da una statua di Apollo in marmo greco (che è stata rinvenuta e che pare non sia la statua di culto), collocata su un basamento ornato da rostri.

La contigua biblioteca, bibliotheca ad Apollinis, secondo la Forma Urbis Severiana, era costituita da due sale absidate, con le pareti ornate da un ordine di colonne.

Tempio di Cibele o Tempio della Magna Mater

Lo sfortunato periodo della seconda guerra punica aveva indotto i Romani a sentirsi perseguitati dagli dèi, per cui, tra i vari episodi per riconquistare la grazia divina, ci fu quello dell’introduzione in città del culto della Grande Madre, Cibele, deciso nel 204 a.C. dopo la consultazione del libri sibillini, interpretati solo in tempi critici.

Per salvare Roma, infatti, era necessaria la protezione di un’antica Dea mediterranea, la Magna Mater di cui c’era un importante tempio a Pessinunte, nel nord dell’Asia Minore, detta anche La Pietra Nera. Infatti il simulacro era una roccia scura e conica, probabilmente un meteorite.

Il Tempio della Magna Mater o di Cibele (Aedes Matris Magnae) fu quindi edificato sul colle Palatino a partire dal 204 a.c. e venne terminato, e pertanto inaugurato, l’11 aprile del 191 a.c. Per la celebrazione venne dato l’avvio ai Ludi Megalensi, di cui scrissero Terenzio e Plauto. Il culto venne proclamato ufficiale nell’Impero Romano nel 160 d.c.

Le rovine del tempio sono state ritrovate con sicurezza tra le capanne arcaiche e la Domus Tiberiana, nelle vicinanze della Casa di Augusto: qui è stata ritrovata anche la statua della dea e l’iscrizione a essa dedicata sul lato destro della facciata.

Elagabalium

Durante il regno di Eliogabalo, ragazzo licenzioso e sensuale, amante del sesso e del lusso più sfrenato, che regnò dal 218 al 222, venne fatto costruire in nome di una divinità solare di origine siriana nota come Deus Sol Invictus, un tempio sul Palatino, detto l’Elagabalium.

La struttura, edificata sulla salita del Palatino, dominava la Via Sacra ed il tempio di Venere. I suoi giardini erano circondati da un imponente portico e in generale si dice che il tempio fosse decisamente sfarzoso, un misto di cultura romana e orientale, con un’architettura grandiosa, ad archi, colonne e gradini in marmo colorato, con statue, cornicioni e capitelli. Era decorato con fini tappeti istoriati e cuscini, damaschi, veli di pregiate sete orientali, bracieri di bronzo dorato e vasi di alabastro colmi d’acqua dove galleggiavano petali di rose.

Tempio di Giunone Sospita

ll tempio tardo-arcaico doveva essere a tre celle, con quella centrale leggermente più stretta delle laterali, e con due file di colonne nel pronao: esso misurava circa 22 x 16 m. Si pensava inizialmente che fosse solo un piccolo luogo di culto legato al tempio della Magna Mater.

Dopo la conquista romana di Lanuvio, avvenuta nel 338 a.C., il Tempio di Giunone Sospita entrò nell’orbita di Roma. A questo periodo vanno sicuramente attribuiti i lavori di ricostruzione di tutto l’impianto religioso (VI sec. a.C.).

A riprova del prestigio che in quest’epoca godeva il tempio, in seguito agli interventi di abbellimento dell’impianto religioso, si narra che nella guerra contro Sesto Pompeo, Ottaviano si servì dei tesori accumulati nella struttura religiosa.

Tempio di Vesta

L’identificazione del tempio, che le fonti ricordano come costruito da Augusto presso la propria casa, non è unanimemente accertata o condivisa.

Tra i resti di edifici religiosi nell’angolo sud-occidentale del colle c’è quello di un podio subito a nord delle Scalae Caci, la cui forma potrebbe essere circolare e quindi assimilabile al culto di Vesta che aveva il suo cuore nel vicino tempio di Vesta del Foro Romano.

Tempio della Vittoria

ll tempio della Vittoria venne edificato nella parte sud ovest del Palatino, dedicato alla dea Vittoria e adiacente al tempio della Magna Mater. Con questa divinità pare ci si riferisse alla Vittoria greca, alla Nike, con ali, alloro, veste corta e un seno scoperto, come le amazzoni. E’ chiaro che si tratta di una divinità arcaica, con riferimento al 2500 a.c. circa.

Il suo tempio, pertanto, doveva essere vagamente greco e dell’VIII sec. a.c., quindi antecedente alla fondazione di Roma, con mattoni di argilla essiccata al sole, con travi in legno strutturale come sostegno e con tetto ordito in legno a falde sensibilmente inclinate.

Secondo la tradizione, pare fosse stato costruito da Evandro (personaggio mitologico), riedificato poi, oppure costruito ex novo da Lucio Postumio Megello, generale e politico romano, con i soldi delle multe che aveva comminato durante la sua attività. Fu dedicato alle dea Vittoria il 1º agosto 294 a.c., anno in cui fu console.

Il tempio venne poi restaurato nella tarda Repubblica o nella prima era augustana, forse per l’incendio del 3 d.c., e in seguito da Caligola.

Casa di Augusto

Augusto era nato sul Palatino e lo scelse come residenza fin dall’inizio della sua carriera politica. Questo fatto fu determinante per il futuro del colle, perché da allora divenne una consuetudine per gli altri imperatori risiedere sul Palatino, come abbiamo visto nella sezione Storica di questo articolo.

Egli comprò la casa dell’oratore Ortensio, ubicata accanto alla cosiddetta Casa di Romolo ancora esistente, secondo la tradizione, nel 31 a.c. La ampliò successivamente con l’acquisto di case vicine e vi dimorò senza tuttavia trasformarla in un palazzo vero e proprio. La sua costruzione fu il risultato di un raggruppamento di diverse abitazioni tra le quali quella di Caio Lutazio Catulo.

La Casa di Augusto fu edificata nel corso del 36 a.c. poco dopo una vittoria riportata dall’imperatore e conquistata nelle terre sicule insieme a Sesto, il figlio di Pompeo. Nel corso del tempo, la dimora fu sottoposta a numerose variazioni in modo che potesse ricoprire funzioni diverse da quelle originarie.

Osservando la planimetria ricostruttiva della domus augusti si nota al centro un atrio, nella parte sinistra una domus o abitazione privata, e a destra la domus publica. Degna di nota è un’importante inclusione ad opera di Augusto: egli comprende nella propria casa il santuario del Lupercale.

In generale la struttura era dotata di quattro ambienti (sebbene fosse naturalmente più grande): tre al piano di sotto, dove si è ricostruito un ingresso con una grande rampa, una sala da pranzo (oecus) e un cubicolo, uno al piano di sopra, accessibile attraverso un terrazzo, il cosiddetto studiolo, perchè ospitava lo studio privato di Augusto.

Casa di Livia

La struttura è una delle poche abitazioni repubblicane rimaste sul colle Palatino, nella zona occidentale, nonché la più importante poiché conserva le testimonianze più significative della fondazione e della storia dell’Urbe.

L’edificio si trova vicino al tempio della Magna Mater, sull’estremità occidentale del colle, su una terrazza più bassa del tempio e su un terreno lievemente in pendenza, è raffinato e decorato con affreschi ben conservati.

L’attribuzione della casa come “di Livia” è legata anche al nome impresso sulla tubatura e pure per la vicinanza alla Casa di Augusto. Si pensa però che non si tratti della casa dove Livia visse col primo marito Tiberio Nerone, se non forse un appartamento a essa riservato nella casa del marito, che includeva un agglomerato di numerose case più antiche. Su questo gli studiosi hanno opinioni contrastanti.

E’ possibile però che dopo il ritorno dalla Sicilia del 36 a.c., Augusto modificasse questo spazio in modo da rendere la “casa di Livia” una sorta di dépendance che le permettesse di estraniarsi in completo riposo. Le pitture risalgono infatti agli anni 30 a.c. e alcuni restauri in mattoni sarebbero pertinenti a dopo l’incendio dell’anno 3 d.c.

Domus Tiberiana

La Domus Tiberiana o Casa di Tiberio fu il primo vero palazzo imperiale sul Palatino, edificato dall’imperatore Tiberio su lato occidentale della collina, su una vasta area tra il Tempio della Magna Mater e le pendici del Foro Romano. Sopra di esso si estendono cinquecenteschi i Horti Farnesiani, un enorme giardino pensile che copre i resti della dimora dell’imperatore Tiberio (14-37 d.c).

La struttura, che doveva avere uno sviluppo planimetrico di 150 m di lunghezza e 120 di larghezza, per un’altezza di oltre 20 m, fu la sede preferita degli imperatori Antonini, con una biblioteca e l’archivio imperiale, che bruciarono durante il regno dell’imperatore Commodo (176-192 d.c).

Era uno splendore di giardini con statue, ninfei e fontane all’esterno, con terrazze, balconate contenute da grate scolpite nel marmo, da scalinate, da viali alberati, da aiuole, e all’interno era decorata con affreschi e pavimenti musivi, portali preziosi, colonne e decorazioni.

La dimora fu poi ampliata da Caligola, che la orientò verso il Foro Romano, ultimata dall’imperatore Nerone e, in seguito, restaurata per volere di Domiziano. Della parte centrale si conosce solo un grande peristilio circondato da stanze che ne traevano aria e luce, si presenta invece ben conservato il lato sud, orientato verso il tempio e la più antica Casa di Livia, dotato di ben 18 stanze rettangolari realizzate totalmente in laterizio e coperte a volta.

Palazzo di Domiziano

Il palazzo di Domiziano era il principale complesso imperiale sul colle Palatino, che sostituì diverse costruzioni più antiche che andavano dall’età repubblicana a quella neroniana e persino alcune ville di epoca repubblicana, di cui restano testimonianze nei livelli stratigrafici inferiori.

È composto da tre settori: la Domus Flavia, area pubblica del Palazzo, dove incontrare ambasciatori, generali ed altri capi di stato; la Domus Augustana, la vera residenza privata degli imperatori; e lo Stadio palatino, lo stadio personale dell’imperatore adibito anche a giardino o palestra privata. Il tutto edificato per la maggior parte negli ultimi decenni del I secolo d.c.

Tra gli edifici accessori c’erano il Paedagogium, per l’educazione degli schiavi bambini, e la Domus Praeconum, la casa degli araldi. Al limite orientale c’era una sala più piccola, identificata come Larario, o cappella palatina.

Per la prima volta un unico complesso concentrava tutte le funzioni e le necessità della vita politica dello Stato, in modo organizzato ed efficiente.

Domus Flavia

Come accennato nel paragrafo precedente, la Domus Flavia o Casa Flavia, rappresentava la zona pubblica del palazzo di Domiziano, dove l’imperatore poteva riunirsi con illustri personaggi e politici.

Fu la prima ad essere costruita, per mano dell’architetto Rabirio, e corrisponde alla metà ovest del complesso. Era un blocco rettangolare praticamente indipendente, che si estendeva per tutto il fronte verso l’esterno a nord, comunicando col peristilio interno soltanto attraverso porte secondarie.

Il Peristilio, di forma rettangolare, era il portico che cingeva il giardino o cortile interno posto al centro della casa e costruito con colonne corinzie in prezioso marmo giallo antico. Al centro questa struttura disponeva di una stupenda fonte ornamentale di forma anch’essa ottagonale.

Una parte importante dell’ala ufficiale della struttura erano gli appartamenti di stato, disposti a terrazza, sopra la valle che saliva dall’Arco di Tito. Dietro ad essi, sul peristilio, si affacciavano due grandiosi ambienti: sul lato settentrionale, la sala detta Aula Regia, mentre a sud vi era la cosiddetta sala da pranzo imperiale.

La prima comunicava con il peristilio tramite due porte, tra le quali si apriva un abside realizzata ad arco di cerchio al centro del quale era posto, poi, il trono dell’imperatore. Da questa posizione egli concedeva udienza o riceveva gli ossequi di tutti coloro a cui era concesso giungere al suo cospetto. L’Aula Regia venne iniziata sotto Nerone, ripensata e completata sotto i Flavi.

Aula Isiaca

Si tratta di un’abitazione sotterranea rinvenuta sotto la cosiddetta basilica-auditorium della Domus Flavia. L’aula, scoperta nel XVIII sec., doveva appartenere a un complesso che si estendeva sul versante del colle, come dimostrato da successivi rinvenimenti che rivelarono altre strutture connesse all’abitazione.

L’ambiente era quello di una casa repubblicana, decorata all’inizio dell’impero in età augustea, tra il 30 e il 25 a.c. con pitture di stile avanzato. Le pareti originali, del I sec. a.c., sono in opera reticolata e pavimenti in mosaico.

Nella II metà del I sec. a.c. si introdusse sul lato orientale un’abside con pitture a soggetto isiaco e in alto era situato il fregio con urei egizi. Il nome dell’aula deriva, infatti, dai numerosi soggetti legati ai culti egizi di Iside e Serapide.

La struttura venne abbandonata in epoca neroniana, a metà circa del I sec. d.c., quando sul sito si realizzò una conserva d’acqua, probabilmente per volere di Marco Antonio.

Domus Agustana

Come accennato in precedenza, la Casa di Augusto era la parte privata del palazzo di Domiziano sul colle Palatino. Fu la seconda ad essere costruita e corrisponde alla metà est del complesso.

Si tratta di un’ampia area quadrangolare con scarsi resti murari, attualmente sistemata a giardino e bordata sui quattro lati da un colonnato che le conferisce il carattere di peristilio; al centro vi è un grande bacino ornamentale sul cui lato settentrionale fu innalzato un tempietto raggiungibile da un ponticello in muratura, forse di Minerva, divinità cara a Domiziano.

Spesso si confonde questo palazzo con la residenza di Augusto, ma si tratta in realtà del luogo in cui gli augusti imperatori romani risiedevano in maniera stabile con i propri famigliari e la loro corte.

Al contrario della parte pubblica, la Domus Flavia, composta da pochi ambienti di grandi dimensioni, la Domus Augustana era formata da stanze piccole alternate da ambienti ampi tutti disposti intorno ai peristili.

Il confine tra le due parti del complesso non è chiaro e alcuni suppongono che solo la parte meridionale della Domus Augustana, quella a contatto con il Circo Massimo, fosse la residenza privata dell’imperatore e che il resto fossero altri ambienti di rappresentanza.

Gli ambienti più a nord sono così rovinati da rendere difficile anche la ricostruzione della pianta. La parte meridionale è invece relativamente meglio conservata e disposta su un terrazzamento il cui piano terra è a un livello molto più basso del resto del palazzo, frutto di un taglio verticale che ha regolarizzato il declivio della collina.

Stadio Palatino

Lo Stadio Palatino, come accennato, rappresentava la terza parte del palazzo di Domiziano e l’ultima ad essere costruita, anch’essa, dall’architetto Rabiro.

Lo stadio fiancheggiava totalmente il lato orientale della Domus Augustana, per circa 88 metri. Era un edificio a forma di circo, con un rettangolo molto allungato di circa 160 x 48 metri. Al centro aveva un altare quadrato che rappresentava le 12 maggiori divinità dell’Olimpo.

Il perimetro disponeva di un portico a due piani, composto al livello inferiore da pilastri in mattoni ricoperti da marmi e al livello superiore da colonne marmoree. Sul lato orientale, al centro, si apriva la tribuna a forma di emiciclo posta al livello superiore del portico e leggermente sporgente.

Apparentemente quindi, Domiziano, non soddisfatto dal possedere un palco di lusso sul Circo Massimo, volle anche edificare un proprio stadio ad uso privato ed inaccessibile all’esterno: era riservato alla famiglia imperiale e ai suoi ospiti.

Il suo utilizzo non è ancora chiaro, forse era adibito a ippodromo per le corse dei carri, o per le cavalcate dell’imperatore. Sicuramente era usato anche a scopi ludici, per gli spettacoli, e di rilassamento, come giardino per le passeggiate.

Casa dei Grifi

Al di sotto dell’ala settentrionale del palazzo di Domiziano, che la seppellì, sono stati rinvenuti i resti di una domus repubblicana, la Casa dei Grifi, il cui nome deriva da uno stucco di due grifoni che sormonta uno dei passaggi tra due vani del complesso.

L’edificio venne costruito in opera incerta, con rifacimenti in opera quasi reticolata, con magnifiche pitture databili tra la fine del II e l’inizio del I sec a.c., anche se la casa è più antica. Si tratta dell’esempio di dimora di epoca repubblicana meglio conservato a Roma, anche se venne tagliata dalle fondazioni dei palazzi di Nerone e di Domiziano e per questo oggi se ne vede solo una parte.

L’abitazione era composta da ambienti strutturati su due livelli; del primo, al piano terra, resta appena il segno di un atrio. E’ incerto il proprietario della ricca dimora, anche se le fonti parlano di facoltosi aristocratici di epoca repubblicana.

Domus Severiana

Con il nome di Domus Severiana o Casa Severiana si intende un prolungamento della Domus Augustana, realizzato tra la fine del II e gli inizi del III sec. da Settimio Severo. La splendida struttura si erge sul lato sud del colle Palatino e di essa, purtroppo, oggi restano soltanto costruzioni in laterizio completamente spogliate di qualsiasi ornamento.

Dallo Stadio si vedono emergere gli archi superstiti della Domus Severiana, dove Settimio Severo ristrutturò le terme di Domiziano ed eresse una grande terrazza dotata di palco imperiale, da cui godere dello spettacolo delle gare che si tenevano nel sottostante Circo Massimo.

Le vestigia di questo edificio si presentano solo come strutture di supporto sotterranee, con duplice ordine di volte con arcate sorrette da pilastri in laterizio, realizzazione architettonica che permise di ottenere un piano artificiale che prolungasse la superficie del colle Palatino, che era ormai completamente occupato dagli altri palazzi.

Per quanto riguarda invece le Terme Severiane, le cui arcate sono collocate nella parte più interna, sul lato est dello Stadio Palatino, pare che la struttura risalga, come accennato, all’epoca di Domiziano. Egli voleva infatti dotare il Palazzo imperiale di terme proprie, come dimostrano gli ambienti intermedi, in buona parte ancora sepolti.

Sono ancora visibili all’interno i resti di vasche, canalizzazioni e sistemi di riscaldamento tipici delle terme romane; queste vestigia hanno fatto capire quanto fosse pregiata e ricca la decorazione interna, come dimostrano i capitelli e le colonne poste al piano terra.

Il Settizonio

Sul lato sud-orientale del colle, che si affaccia sulla nota Via Appia Antica, era ubicato il noto Settinozio, commissionato dall’imperatore Settimio Severo.

Si tratta una maestosa facciata-ninfeo dotata di colonne che si ergevano su più piani e realizzata soprattutto con l’obiettivo di stupire tutti coloro che giungevano a Roma percorrendo la Via Appia.

Il monumento voleva rappresentare un ingresso scenico al palazzo, una struttura idrica monumentale, che conteneva le statue delle sette divinità planetarie di Saturno, Sole, Luna, Marte, Mercurio, Giove e Venere.

Il Settizonio era purtroppo già fatiscente alla fine dell’VIII sec., in quanto trasformato in una fortezza medievale. Crollata la sezione centrale, le rovine rimaste entrarono nel sistema di fortificazioni dei Frangipane.

La maestosa costruzione fu rasa al suolo nel corso del XVI secolo per volere di papa Sisto V che decise di servirsi del materiale qui saccheggiato per realizzate diverse opere, tra cui la Cappella all’interno della chiesa di Santa Maria Maggiore e il Palazzo della Cancelleria.

Curiosità sul Colle Palatino

Il Lupercale e l’origine di Roma

Secondo la mitologia romana, il fondatore di Roma, Romolo e il suo gemello Remo, erano figli di Marte, dio della guerra e Rea Silvia, un’importante vestale (sacerdotessa della dea Vesta), che, in quanto tale, avrebbe dovuto preservare la propria verginità.

Si narra che i neonati, in quanto concepiti nel peccato, vennero adagiati all’interno di una cesta da uno schiavo e lasciati trasportare dalla corrente del fiume Tevere. Il canestro si arenò in una pozza d’acqua sulla riva, e quando le acque si ritirarono, i gemelli si ritrovarono all’interno di una grotta.

La leggenda sostiene che, proprio in quel momento, una lupa che stava abbeverandosi nel fiume, fu attirata dal pianto dei neonati e si recò al’interno della grotta, dove il suo istinto la condusse ad allattare i gemelli e a salvare loro la vita.

Il Lupercale quindi, chiamato per ovvie ragioni anche Grotta della Lupa, è perciò considerato luogo sacro e origine della città eterna. Attualmente, nei dintorni, è presente una statua di bronzo che ricorda il mito e che rappresenta una lupa che allatta due neonati.

Una volta adulti, pare che i due fratelli decisero di costruire una città lungo il fiume, ma non essendo in grado di arrivare ad un accordo, Romolo uccise Remo e fondò la città di Roma.

La grotta era stata utilizzata già dal tempo degli Arcadi, che ne avevano fatto la sede del culto di Pan con un altare ed una statua dedicata a Fauno, in onore del quale avvenivano ogni febbraio riti sacrificali ancora vivi ai tempi di Dionigi: una delle feste più importanti dell’epoca era infatti la cerimonia dei Lupercali, legata alla lupa di Roma e approfonditi nel paragrafo successivo.

La celebrazione millenaria dei Lupercali

I Lupercali erano la più antica e duratura ricorrenza della Romanità, dedicata a Fauno/Luperco, basti pensare che la si celebrò per ben 1.200 anni, in pieno cristianesimo; quando venne sostituita da papa Gelasio con la festa di San valentino.

Il fine della festività era quello di propiziare la purificazione, l’esplosione del caos, la fecondità delle femmine e delle terra. Sanciva inoltre il passaggio all’età adulta dei giovani maschi. Aveva inizio il 15 di febbraio e ruotava intorno al Lupercale.

La sua origine era legata ad un’inquietante responso ottenuto dall’invocazione di Giunone in seguito ad un periodo di sterilità femminile. Secondo la risposta, le donne dovevano essere penetrate da un caprone sacro, verdetto che venne interpretato nell’ottica di sacrificare un capro e tagliare lembi di pelle con cui percuotere le donne per favorire la loro fecondità.

Questa azione veniva compiuta, durante il giorno della cerimonia, da gruppi di giovani maschi. La mattina infatti, a due schiere contrapposte di giovani romani (che simbolicamente facevano riferimento al fondatore Romolo e a Remo) veniva cosparso di grasso il corpo e di fango il viso.

Il rituale iniziava nel Lupercale e prevedeva il sacrificio di capre e un cane. Successivamente si intingeva il coltello nel sangue delle capre e si effettuava un segno sulla fronte dei giovani. Il sangue veniva poi asciugato con lana bianca immersa nel latte di capra. Il significato era quello di ricordare un atto di morte e rinascita.

In seguito venivano fatte indossare ai luperci le pelli delle capre sacrificate, i cui lembi estratti dovevano essere appunto usati come fruste con cui veniva percossa la terra, in una corsa sfrenata intorno al colle, e le donne; le quali ridendo si dice offrissero il grembo o le mani.

Dopo la corsa propiziatoria i giovani varcavano un’importante porta che conduceva al Foro Romano e che implicava l’abbandono della spensieratezza adolescenziale e l’ingresso all’età adulta come cittadini romani all’insegna della disciplina.

Il giardino segreto del Palatino

Nel 2018, completato il restauro delle Uccelliere sul Palatino, per la prima volta una mostra curata dall’architetto Giuseppe Morganti, raccontò uno dei luoghi più celebri e simbolici della Roma rinascimentale e barocca: gli Horti Farnesiani.

Il giardino, allestito a partire dalla metà del Cinquecento dal cardinale Alessandro Farnese, fu un mezzo per consolidare una volta per tutte lo status e la posizione politica raggiunta dalla casata. Non a caso, inglobando i palazzi imperiali, venne creato là dove Roma fu fondata e dove ebbe sede il potere imperiale da Augusto in poi.

L’evento prevedeva un percorso di visita pensato come una narrazione che prendeva avvio dal verde progetto farnesiano, e terminava agli inizi del Novecento, quando iniziarono gli scavi archeologici. In occasione della mostra venne inserita un tipo di vegetazione che potesse trasmettere il fascino dell’antico giardino: allori,cipressi, tassi, alberi di agrumi, rampicanti e rose damascene.

Nelle Uccelliere vennero disposte due sculture di estremo valore, provenienti dalla collezione Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Barbaro inginocchiato e Iside fortuna, che tornano per la prima volta in situ. Furono esposti anche due giganteschi busti di Daci prigionieri.

L’intento della mostra era quello di valorizzare il percorso con l’utilizzo di tecnologie digitali immersive. Nel Ninfeo della pioggia, uno degli spazi di piacere e ricreazione progettato dai Farnese, venne infatti allestito un coinvolgente viaggio nel tempo attraverso l’impiego di sofisticati apparati multimediali, che ripropone la fisionomia originaria degli Horti ricostruita con suggestioni prospettiche.

La mostra divenne l’occasione per una visita alternativa, rispetto ai più battuti circuiti turistici che portano i visitatori dal Colosseo al Foro Romano, che, come accennato, fanno parte dello stesso circuito archeologico del Palatino.

Il mito di Ercole e Caco

Il mito di Ercole e Caco esprime il progressivo inserimento della cultura ellenistica sulle primordiali culture italiche: Ercole, semidio figlio di Giove (Zeus per i greci) e di una mortale, simbolo del coraggio e della forza ma anche dell’umanità e della generosità, si contrappone a Caco, pastore mostruoso e incivile generato dal Dio Vulcano.

Gli storici romani che ricostruirono gli eventi arcaici e ce li tramandarono, tentarono, attraverso la figura di Ercole, di inserire un elemento di continuità tra la civiltà greca e quella romana. Per questo, il semidio si incontrava e scontrava con le divinità italiche che, se non riusciva a sottomettere, distruggeva.

Secondo la mitologia romana, Ercole, di ritorno dall’Iberia con i buoi, passò lungo la valle del Tevere e chiese asilo ad Evandro (figlio di Mercurio e della ninfa Carmenta), capo della comunità arcadica da tempo insediata sul Palatino. I bellissimi buoi rossi pascolavano nella valle e Caco, un pastore mostruoso che viveva sul colle Aventino, li rubò. Fu allora che Ercole recuperò il bestiame ed uccise Caco. A quel punto Evandro decise di costruire un tempio per ringraziare il semidio di averlo liberato dalla presenza minacciosa di Caco.

La leggenda si fonda quindi sullo scontro tra due figure mitologiche che, una volta avviato il confronto, si scoprono essere entrambi legati al commercio del sale ed in generale agli scambi. Caco è un capo, barbaro brigante che incombe sulla via Salara e sulle mandrie, Ercole è l’Eracle dei greci che protegge l’antica Via del sale che dal Piceno scende alla foce del Tevere.

Caco ed Ercole rappresentano simbolicamente l’evoluzione della zona tra il nostro Palatino e il colle Aventino, vicina al guado del Tevere, che era l’area degli scambi commerciali. A livello cronologico, Caco, divinità delle tribù stanziali della media età del bronzo, presiedeva la fase protourbana, quando gli insediamenti cominciavano ad estendersi anche tra Campidoglio e Palatino. Nella fase successiva, con le transazioni commerciali, arriva il culto di Ercole.

La nascita del Colle

Data l’importanza di questo monte rispetto alle origini della città, ci sembrava appropriato riportare alcune informazioni circa la sua creazione. Pare che, nel Neozoico, i vulcani laziali eruttarono e depositarono sul terreno strati di sabbia, argilla e ghiaia che formarono i tufi su cui si posarono detriti di limo e argilla di origine fluviale e lacustre.

Si formò così un monte alto circa 50 m sul livello del mare, il nostro Palatino, la cui cima era pianeggiante, mentre a sud si incontrava con il Foro Boario ed il Tevere, con un pendio che prese il nome di Germalus. Il Colle era collegato al retrostante monte Esquilino tramite una sella ed una piccola altura, la Velia.

Le acque avevano scavato ampie vallate su tre dei quattro lati del colle e l’intero promontorio era circondato da ruscelli e corsi d’acqua; nella zona est del monte si trovava poi la palude del Velabro, posta tra il Foro Romano e il Tevere, che spesso causava inondazioni nelle zone limitrofe.

Nella valle che avrebbe in seguito condotto al Foro Romano scorreva un ruscello che in età monarchica venne confluito nella Cloaca Maxima (una delle più antiche condotte fognarie), mentre dalle pendici del colle sgorgavano sorgenti come quella presso il Lupercale o la fonte di Giuturna. Il terreno era coperto da boschi e macchie di querce, lecci, faggi, cipressi, fichi, mirti, allori e cornioli, come l’acqua preziosi per l’insediamento umano.

Come accennato nella sezione Storica di questo articolo, fu proprio per queste condizioni favorevoli che il Palatino viene considerato la culla della civiltà romana, in cui che sorsero i primi insediamenti e il corpo urbano della città.

Le origini del nome

Anticamente il Palatino era chiamato Palatium, secondo alcuni il nome deriverebbe da Pallantion, città dell’Arcadia da cui emigrarono il principe Evandro, figura della mitologia romana e figlio del dio Mercurio e della ninfa Carmenta, e le sue genti.

Secondo altre ipotesi, la nascita del nome del colle deriverebbe da Pallante, antenato oppure figlio di Evandro. Per altri ancora deriverebbe da Pales, Dea dei pastori, oppure da Palatium, mitica città della Sabina.

Di fatto, in età imperiale il termine Palatium iniziò ad indicare il palazzo imperiale per eccellenza. Degno di nota è che se prima con questa parola ci si riferiva solo alla residenza imperiale, in seguito venne esteso a nome comune, riferendosi al palazzo come struttura generica in tutte le lingue europee.

L’origine del Natale cristiano

E’ interessante ricordare che l’idea di sostituire e sovrapporre alla ricorrenza romana del Sole Invincibile (Natalis Solis Invicti) la festa per la nascita di Cristo fu di Costantino, l’imperatore che concesse la libertà di culto ai cristiani.

Egli però fu anche responsabile della prima officiatura del Natale di Cristo, che avvenne nel 326 d.C. nella chiesa di Sant’Anastasia, fatta erigere nel IV dall’imperatore per la sua sorellastra sul Palatino.

Ci si chiede il perché di questa scelta, considerato che la capitale era già stata spostata a Costantinopoli, e alcuni studiosi suggeriscono che la ragione risiede nel fatto che a ridosso della Basilica si trovi il Lupercale. Con questa decisione politica, l’imperatore impose di fatto la svolta cristiana alla storia.

Consigli utili

  • Ricorda che il Foro Romano, il Palatino e il Colosseo fanno parte di un solo sito archeologico, per cui i biglietti che acquisti servono per accedere ai tre siti.
  • Si consiglia il biglietto acquistato online. Permette di saltare la fila, semplicemente presentandosi all’orario scritto sul biglietto.
  • Se decidi di non prenotare online e pensi di visitare anche il Colosseo, è conveniente iniziare il tuo percorso dal Foro Romano o dal Palatino. Le biglietterie di questi siti archeologici non presentano normalmente tante file.
  • Quando selezioni un orario per la prenotazione, questa è unicamente per l’entrata al Colosseo. La prenotazione di orari non riguarda né il Foro Romano, né il Palatino.
  • Per quanto riguarda i controlli di sicurezza, per l’ingresso al Palatino, lungo via di San Gregorio, vengono solitamente guardate le borse singolarmente e a mano.
  • Ti ricordiamo che i guardaroba non esistono. Si può entrare con borse di piccole e medie dimensioni, ma tutte le altre non sono assolutamente ammesse.
  • Considerato che si tratta di un circuito archeologico molto esteso, bisogna prendere in considerazione che, mentre nella zona del Colosseo vi è solo un bagno, tra Il Palatino e il Foro ve ne sono diversi.

Luoghi di interesse nelle vicinanze

Il Colosseo Romano

L’Anfiteatro Flavio, conosciuto popolarmente come il “ Colosseo”, è il principale simbolo d’Italia e una delle poche destinazioni realmente imperdibili di Roma. L’entrata è inclusa nel biglietto per il Foro Romano e il Palatino.

Si trova a 450 m dal Palatino (5 minuti a piedi).

Foro Romano

Si tratta della zona in cui si concentrava la vita sociale, politica, religiosa e culturale dell’antica Roma. Era il centro dell’Impero e le rovine presenti sono immensamente interessanti. E’ una visita obbligatoria e l’accesso è incluso nel biglietto del Colosseo.

L’entrata al Foro Romano si trova a 140 m dal Colle Palatino, praticamente accanto (2 minuti a piedi).

Arco di Constantino

E’ l’ Arco di Trionfo che si presenta maggiormente conservato tra i tre che esistono ancora a Roma. Venne costruito per commemorare la vittoria di Costantino I nella battaglia del Ponte Milvio nel secolo IV.

Si trova giusto a 400 m ad est del Colle Palatino (4 minuti a piedi).

I Fori Imperiali

E’ anche possibile visitare i Fori Imperiali, i quali sono estensioni del Foro Romano realizzate da diversi imperatori. Per raggiungerli devi solo seguire la Via dei Fori Imperiali in direzione Piazza Venezia.

L’entrata ai Fori Imperiali si trova a 1,2 km a nord-ovest del Colle Palatino (14 minuti a piedi).

Piazza Venezia

La Piazza Venezia con l’Altare della Patria è una delle icone di Roma. E’ situata ai piedi del colle Campidoglio, dove si intersecano cinque delle vie più importanti della città. Ottenne il suo nome per il Palazzo Venezia, che si trova vicino e che venne utilizzato come ambasciata della repubblica di Venezia a Roma.

Si trova a 1,5 km a nord-ovest del Colle Palatino (17 minuti a piedi).

Circo Massimo

Si tratta dello stadio sportivo più grande della storia. La maggior parte della struttura si trova ancora sotto terra, però si può visitare una parte delle rovine. Durante la visita è anche possibile sperimentare, mediante realtà virtuale, come erano le strade nell’antica Roma.

L’entrata si trova a 1,1 km a sud-ovest del Colle Palatino (13 minuti a piedi).

Domus Aurea

I resti del grande palazzo che l’imperatore Nerone fece costruire nell’anno 64 d.C., possono essere visitati in un percorso che include un’esperienza di realtà virtuale.

L’entrata alla Domus Area si trova a 950 m a nord-est del Colle Palatino (13 minuti a piedi).

Ludus Magnus

Il Ludus Magnus è la base dove si allenavano i gladiatori. Le rovine si trovano al lato del Colosseo. Non è necessario entrare per apprezzarle. Si può ammirare nella sua totalità dalla strada.

Il Ludus Magnus si trova a 900 m ad est del Colle Palatino (11 minuti a piedi).

Basilica di San Clemente

A pochi minuti a piedi dal Colosseo si trova la Basilica di San Clemente. Si tratta di una chiesa che ti permette di intraprendere un’interessante visita sotterranea, nella quale puoi scoprire un antico Mitreo (tempio dedicato al dio Mitra), i resti di edifici del I secolo e un’antica chiesa che funge da base alla struttura attuale. Sicuramente raccomandabile.

La Basilica di San Clemente si trova a 1,1 km ad est del Colle Palatino (14 minuti a piedi).